SS&C sostiene AIRP nella lotta al rene policistico, realizzandone la nuova campagna di comunicazione.
I protagonisti della campagna - che ha ottenuto il patrocinio di Pubblicità Progresso - sono i bambini che, immaginando di rispondere alla domanda “Cosa farai da grande?”, raccontano le loro aspirazioni. AIRP vuole che tutti i bambini, anche quelli malati, possano realizzarle.
Lo spot tv è già visibile online ed è stato trasmesso su varie reti locali e nazionali (tra cui LA7 e Mediaset). In questi giorni è in onda sulle reti RAI, mentre da metà mese sarà presente su Sky. Oltre allo spot, è possibile vedere online anche il backstage dello stesso.
Tra novembre e dicembre le principali emittenti nazionali (Radio Capital, Radio101, Radio KissKiss, Radio Deejay, RTL, Radio 105, RMC e Virgin Radio) hanno trasmesso lo spot radio, mentre la campagna stampa è stata pubblicata su varie testate del gruppo Mondadori (Grazia, CasaViva, Confidenze) e di Cairo Editore, oltre che su il Giornale e Il Messaggero.
Infine, anche il sito web è stato rinnovato nel layout, con landing page e banner, pubblicato anche su Libero.it e sulla newsletter Youmark.
mercoledì 16 gennaio 2013
In ricordo di Aaron Swartz
Ci sono vite che rendono il mondo un posto migliore, e morti che lo condannano, almeno per un po', a fare i conti con i propri limiti. È il caso di Aaron Swartz, suicidatosi a soli 26 anni, nella sua casa di Brooklyn a New York. A portare il paladino della libertà di informazione, o meglio del libero accesso alle informazioni, è stata una terribile combinazione di bullismo governativo e depressione. (Wired.it)
Difficile la lotta per la libertà. Soprattutto nei territori nuovi, quelli ove si costruiscono le servitù o le schiavitù del futuro e non esistono ancora gli anticorpi sociali sufficienti per grandi battaglie politiche e civili. La morte di Aaron Swartz è una cartina di tornasole di questa difficoltà.
Forse, solo tra qualche decennio si comprenderà il senso di alcune battaglie di alcuni avanzati e inascoltati leader di oggi. Aaron è stato uno di loro. La grande trasformazione digitale, infatti, sta stravolgendo l’orizzonte umano. Pochi, però, ne hanno compreso i limiti e i pregi, le contraddizioni e le opportunità. Su questo confine si giocheranno molti dei diritti, delle evoluzioni sociali, delle condizioni di vita e di lavoro dei prossimi secoli. Troppo spesso, invece, la politica derubrica tale trasformazione in un ruolo secondario. Quello che accade “alla” rete sembra essere recintato, nell’immaginario della politica, alla rete stessa. La rete, al contrario, sta ridisegnando le forme della vita e delle relazioni, del lavoro e della stessa struttura cognitiva della nostra specie. In altre parole, rappresenta la più grande trasformazione “politica” della storia umana, interessando, contemporaneamente, tutte le comunità umane del pianeta, tutte le classi sociali, la stessa relazione tra la conoscenza e il fare umano, le relazioni tra i singoli individui, la realtà a disposizione per le nostre scelte e, in maniera fortissima come aveva potuto constatare Swartz, le nuove forme di dominio e di controllo.
Aaron, nel futuro, verrà ricordato come un grande politico. Certo, lontano dall’immaginario che esiste intorno a chi oggi si autodefinisce o viene definito politico. Aaron aveva posto, per il futuro umano nell’era digitale, uno dei temi centrali che hanno interessato la politica quando aveva la “P” maiuscola: il tema della proprietà. Di chi è la proprietà di una ricerca, di un sapere, di una modalità di fare, delle leggi della fisica, delle potenzialità tecniche. Il digitale, infatti, pone nuove e più avanzate questioni al concetto di proprietà privata.
Intorno a questo tema, il movimento alternativo nella rete ha avanzato proposte e pratiche di nuove forme di proprietà condivise, proposte che stanno stravolgendo le regole e i poteri non solo nei settori della produzione intellettuale, dei contenuti culturali e di intrattenimento, ma che sono arrivate al cuore della stessa produzione industriale.
Ricordare Aaron, oggi, significa prendere un impegno preciso: tenere aperto un varco culturale e politico per impedire che le questioni delle nuove libertà siano derubricate a mera questione commerciale tra grandi gruppi o di sicurezza nazionale con attività di controspionaggio. Il nostro futuro dipende soprattutto da questo. (post di Sergio Bellucci da Wordpress).
Difficile la lotta per la libertà. Soprattutto nei territori nuovi, quelli ove si costruiscono le servitù o le schiavitù del futuro e non esistono ancora gli anticorpi sociali sufficienti per grandi battaglie politiche e civili. La morte di Aaron Swartz è una cartina di tornasole di questa difficoltà.
Forse, solo tra qualche decennio si comprenderà il senso di alcune battaglie di alcuni avanzati e inascoltati leader di oggi. Aaron è stato uno di loro. La grande trasformazione digitale, infatti, sta stravolgendo l’orizzonte umano. Pochi, però, ne hanno compreso i limiti e i pregi, le contraddizioni e le opportunità. Su questo confine si giocheranno molti dei diritti, delle evoluzioni sociali, delle condizioni di vita e di lavoro dei prossimi secoli. Troppo spesso, invece, la politica derubrica tale trasformazione in un ruolo secondario. Quello che accade “alla” rete sembra essere recintato, nell’immaginario della politica, alla rete stessa. La rete, al contrario, sta ridisegnando le forme della vita e delle relazioni, del lavoro e della stessa struttura cognitiva della nostra specie. In altre parole, rappresenta la più grande trasformazione “politica” della storia umana, interessando, contemporaneamente, tutte le comunità umane del pianeta, tutte le classi sociali, la stessa relazione tra la conoscenza e il fare umano, le relazioni tra i singoli individui, la realtà a disposizione per le nostre scelte e, in maniera fortissima come aveva potuto constatare Swartz, le nuove forme di dominio e di controllo.
Aaron, nel futuro, verrà ricordato come un grande politico. Certo, lontano dall’immaginario che esiste intorno a chi oggi si autodefinisce o viene definito politico. Aaron aveva posto, per il futuro umano nell’era digitale, uno dei temi centrali che hanno interessato la politica quando aveva la “P” maiuscola: il tema della proprietà. Di chi è la proprietà di una ricerca, di un sapere, di una modalità di fare, delle leggi della fisica, delle potenzialità tecniche. Il digitale, infatti, pone nuove e più avanzate questioni al concetto di proprietà privata.
Intorno a questo tema, il movimento alternativo nella rete ha avanzato proposte e pratiche di nuove forme di proprietà condivise, proposte che stanno stravolgendo le regole e i poteri non solo nei settori della produzione intellettuale, dei contenuti culturali e di intrattenimento, ma che sono arrivate al cuore della stessa produzione industriale.
Ricordare Aaron, oggi, significa prendere un impegno preciso: tenere aperto un varco culturale e politico per impedire che le questioni delle nuove libertà siano derubricate a mera questione commerciale tra grandi gruppi o di sicurezza nazionale con attività di controspionaggio. Il nostro futuro dipende soprattutto da questo. (post di Sergio Bellucci da Wordpress).
venerdì 28 dicembre 2012
BUON ANNO DA SS&C.
Per incominciare bene un anno che si prospetta difficile; ma con l’augurio
che tenacia e impegno siano i vostri compagni di viaggio, ecco un bellissimo
articolo dal blog di Imma Vitelli su MarieClaire.it.
CAMBIARE VITA
Cronache
baldanzose di vite diverse di Imma Vitelli
Hugh e Sophie si conobbero a Damasco. La rivoluzione non
aveva ancora travolto la dittatura, e la vita era esotica tra i vicoli della
vecchia Medina. Sophie amava trascorrere i pomeriggi a leggere nel cortile
della moschea Ummayide; Hugh a bere il tè nel suo con i mercanti. Studiava
arabo e lo praticava esercitandosi nei mufawadat, i mercanteggiamenti. Gli dava
gusto sapere di quanto, se avesse comprato, lo avrebbero fregato. Erano
arrivati con vaghi sogni di gloria, lei da Parigi, lui da Londra, alla ricerca
di emozioni e collaborazioni con giornali. Vennero. La fortuna è un mix di
ossessione e tempismo; essere appassionati nel posto giusto, in un qualche
momento fatale. Loro lo erano. Una sera vagarono per ore senza dire una parola,
i loro passi risuonarono, sazi, fino alla cima del monte Qasiyun. Sophie pensò
che quello era l’amore: un uomo disponibile all’esplorazione, felice di
avanzare in un’incerta direzione. «Life is a working in progress», pensava
Sophie. La vita è un cantiere.
Hugh andò in guerra, in Iraq e in Libano e la sua firma comparve sul
Guardian e sul Times di Londra. Sophie girò documentari e s’innamorò
dell’incredibile arte calligrafa degli arabi. Poi venne la guerra. I posti di
blocco, l’ansia, “gli eventi”, le crisi, i massacri. Girarono un documentario
sugli artisti siriani; una rappresentazione satirica di come sia possibile
resistere con la cultura. Si trasferirono a Beirut, e regalarono vestiti ai
profughi, in trappola e all’addiaccio, nella valle della Bekaa. Essendo
intelligenti, si fecero domande. «Che cosa voglio?» si chiese Hugh. «Che cosa
conta?» s’interrogò Sophie. La gloria, in giornalismo, l’assicura la guerra.
Prime pagine, copertine, lo spettacolo dell’orrore che si ripete, senza fine.
Hugh si disse che non gliene importava niente, della fama. Aveva dimostrato a
se stesso, e a suo padre, di valere qualcosa. E ora? Sophie rispose che, dopo
aver sperimentato la follia degli uomini, sarebbe stato bello dedicarsi alla
natura. Ma che paura. Ricominciare. Di nuovo? Le crisi, tutte le crisi, epocali
o triviali che siano, ci pongono davanti a un muro. Hugh e Sophie avrebbero
potuto scegliere, per inerzia, di fare della loro vita il corollario di una
tragedia continua. Li abbiamo visti i colleghi anziani, ubriacarsi con metodo,
tutte le sere, al bar del Saint George Hotel.
L’altro giorno ho ricevuto una mail di Hugh. Il titolo era: «Vendo il mio
giubbotto antiproiettile». Cliccavo, incuriosita e leggevo, nella prima riga:
nel 2013 da Beirut a Galle, Guest House sul mare dentro un faro in Sri
Lanka. Bello no? E guardate che sono persone normali. Forse solo un
po’ più coraggiose, e un po’ più sane. Vi auguro la stessa intrepidezza, la
stessa sanità mentale.
venerdì 21 dicembre 2012
Oxlajuj B’aqtun «Che spunti il giorno e venga l’aurora» (Popolo Wuj)
L’interesse scientifico dei nostri antenati e
antenate maya per comprendere che cos’è la vita, la sua origine e la sua
ragion d’essere, e l’interazione degli elementi
nell’immensità dell’infinito cosmico li ha portati a sviluppare
diverse scienze, fra cui la matematica, l’astronomia,
l’agricoltura, l’ingegneria, con le quali riuscirono a costruire
una combinazione sofisticata di calendari per il controllo del tempo, il
movimento degli astri e il governo dei cicli naturali. Ogni calendario segnava
un determinato ciclo di tempo.
Oxlajuj B’aqtun, ciclo del calcolo lungo,
significa: Oxlajuj = tredici, e B’aqtun = periodo di tempo di 400 anni.
Oxlajuj B’aqtun sono dunque tredici periodi di 400 anni, che danno un
totale di 5.200 anni (quantità di tempo di un’era maya). Ci sono 5 ere
segnata dalla traslazione elittica del sole, la cui durata si calcola che sia
di 26.000 anni. Secondo alcuni studi, siamo alla fine della quinta era,
chiamata notte galattica. A partire
dal solstizio di quest’inverno, iniziamo una nuova era che è
l’aurora galattica, un nuovo grande ciclo di 26.000 anni. In questo
solstizio, la terra e il sole si allineeranno con il centro della galassia, il
sole attraverserà l’equatore galattico e si posizionerà nel punto più
vicino al centro splendente della galassia, un evento che si verifica una sola
volta in 26.000 anni.
Né fine del mondo,
né profezie maya
Sull’Oxlajuj B’aqun si concentra
l’attuale dibattito nazionale e mondiale, e l’interrogativo aleggia
sul 21 dicembre 2012. Da un lato, siamo infestati di supposizioni, cattive
interpretazioni, giudizi e affermazioni su predizioni apocalittiche maya senza
fondamento scientifico, che creano malintesi sulla scienza, le conoscenze e le
credenze dei maya, generando confusione e paura.
La cosiddetta «profezia maya della fine del mondo» non
esiste; nessun idioma maya registra nella sua produzione linguistica il
concetto di ‘profezia’. Fino ad oggi non è stato trovato nella
letteratura maya nessun dato che predica in maniera esplicita la fine del mondo
per la fine di questa era maya. La confusione deriva dalla disparità fra la
visione occidentale del mondo e la visione maya; tuttavia la visione
occidentale egemonica è quella che si utilizza per studiare e interpretare la
scienza e la conoscenza dei maya, ed è la visione che è prevalsa fino ai nostri
giorni.
Ri Pixab’anik
o i Consigli Permanenti per un’esistenza fruttuosa
Da vari studi sulla scrittura glifica realizzati
finora risulta che in tutta la letteratura maya è implicita l’idea che la
vita e ubn altro Oxlajuj B’aqtun continueranno dopo il 2012.
Per i nostri antenati e antenate, ogni creazione era
un miglioramento rispetto all’era precedente; secondo loro,
l’esistenza e la vita dell’essere umano sono in costante movimento
ciclico, verso la perfezione (Popolo Wuj). Per il popolo maya attuale,
l’inizio della nuova era maya implica un avanzare nell’evoluzione
umana e verso la preminenza della dimensione spirituale su quella materiale, in
cui lo sviluppo spirituale dovrebbe manifestarsi in una coscienza collettiva.
La civiltà attuale ha costruito un sistema di vita basato sul saccheggio della
natura, la distruzione e la morte della diversità biologica a causa della
sfrenata accumulazione individuale del capitale o dei beni materiali. Lo
sviluppo della coscienza collettiva del nuovo essere nel mondo sta già vedendo
i primi raggi di luce della nuova alba e della nuova aurora. In Abya Yala [nome
indigeno del continente latino-americano], nel paese più potente del mondo e in
Europa, milioni di persone stanno già facendo sentire la loro voce e la loro
lotta contro le guerre, contro la distruzione della madre terra, contro la
povertà e la fame generalizzata nel mondo, causata dal sistema economico e
sociale capitalista.
Il Consiglio
Nazionale di Educazione Maya
Alla fine di questa era maya di 5.200 anni, il
Consiglio Maya lancia un messaggio di speranza: che insieme possiamo assumere
impegni comuni, per contribuire alla vita sana della madre terra, della sacra
acqua e dell’aria, che è anche la vita sana per le nuove generazioni.
Questa è il paradigma di vita, chiave della nuova coscienza universale,
trasmesso dal popolo maya al mondo alle soglie della nuova era.
A partire
dalla nostra situazione coloniale e di popolo segnato dal razzismo, dalla
discriminazione e dalla povertà, crediamo che sia possibile costruire un mondo
diverso, in cui non ci siano più né razzismo né dominazione, in cui non ci sia
sfruttamento dell’essere umano da parte
dell’essere umano, né di una nazione nei confronti di un’altra;
crediamo e lottiamo per un’educazione radicata nella vita, in cui ci sia
rispetto ed equilibrio fra tutti, e non solo fra gli esseri umani, ma anche fra
tutti gli esseri che abitano la terra e l’universo; in cui il senso
dell’esistenza sia la vita stessa, come ci insegnano i nostri antenati e
antenate, poiché fare il contrario significa accettare la nostra estinzione.
Per un nuovo B’aqtun senza colonizzazione, senza
povertà, senza razzismo e discriminazione,
Iximulev,
Kab’lajuj B’aqtun,B’elejlajuj K’atun, B’elejlajuj
Tun, Job’Winal, Wa’ix Q’ij, Kaji’Ajpu
Guatemala, 5
aprile 2012
Testo inviato dalla nostra amica Maria, donna speciale
conoscitrice di popoli e culture sudamericane.
Buon 21 Dicembre 2012 da SS&C!
martedì 11 dicembre 2012
Tea time.
E così la
nostra Deni è venuta a trovarci portando in agenzia qualcosa
di autenticamente british; poco Swinging London e molto romantica donna inglese.
Fuori fischiava un vento gelido. Avevamo quindi assolutamente
bisogno di un tea-time e profumo di biscotti al burro in sala riunioni.
Grazie Denise, ti abbiamo pensato e ti dedichiamo questo
still-life, con affetto.
Lo staff.
domenica 25 novembre 2012
Le donne, ancora le donne.
Da Andersen a Clarissa Pinkola Estes le scarpe rosse sono sempre state
ricche di simbologia; icone dell’eterno femminino in veste seducente o
peccaminosa.
Invece hanno un altro significato nella bella iniziativa dell’artista messicana Elina Chauvet
dal titolo “Zapatos Rojos” che ci
ha colpito particolarmente. Alle
Colonne di San Lorenzo, a Milano, è stata realizzata una installazione dedicata
alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne fissata per il 25
novembre. Sulla strada, sotto le colonne, 100 paia di scarpe femminili, rosse
“come la seduzione ma anche come il sangue, quasi fossero state
abbandonate da donne in fuga, scomparse”.
(foto e testo in corsivo tratti
da: D.Repubblica.it)
La nostra partecipazione
alla giornata, con un pensiero a tutte la donne vittime, è con il nostro fimato
realizzato proprio in occasione della Giornata internazionale contro la
violenza sulle donne. Ricordiamo che nel 2011 in Italia sono state
assassinate 137 donne. Dall’inizio del
2012 sono circa 100 le donne uccise. Si è passati da un omicidio ogni tre
giorni del 2011 a
uno ogni due giorni. E nella maggior parte
dei casi gli autori di questi delitti sono mariti, ex fidanzati, comunque persone nella cerchia affettiva
delle mura domestiche.
(Susanna).
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